{"id":2719,"date":"2016-05-02T12:12:21","date_gmt":"2016-05-02T10:12:21","guid":{"rendered":"http:\/\/www.keymediaitaly.news\/?p=2719"},"modified":"2016-05-02T12:12:21","modified_gmt":"2016-05-02T10:12:21","slug":"il-giornalismo-delle-angurie","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/keym.axemalab.com\/?p=2719","title":{"rendered":"Il giornalismo delle angurie"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><span class=\"author\">di <b>Emanuele Menietti <\/b><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Venerd\u00ec 8 aprile due redattori del sito BuzzFeed si sono seduti a un tavolino e hanno iniziato a disporre decine di elastici intorno a un\u2019anguria \u2013 un esperimento di antica popolarit\u00e0 online \u2013 mentre altri loro colleghi riprendevano la scena, trasmettendola in streaming su Facebook. Elastico dopo elastico, l\u2019esperimento dell\u2019anguria \u00e8 andato avanti per quasi tre quarti d\u2019ora, poi la cucurbitacea non ha pi\u00f9 retto alla pressione degli elastici ed \u00e8 esplosa, con grande soddisfazione dei due redattori e del resto della redazione di BuzzFeed. Tra visualizzazioni in diretta e in differita, il video dell\u2019anguria su Facebook \u00e8 stato visto pi\u00f9 di 10 milioni di volte, ha raccolto pi\u00f9 di 36mila \u201cMi piace\u201d e oltre 327mila commenti, ma ha soprattutto rilanciato l\u2019annoso dibattito su dove stia andando il giornalismo e con cosa competa \u2013 Buzzfeed \u00e8 considerato un sito di informazione, pur ibrido di contenuti pi\u00f9 genericamente \u201cvirali\u201d \u2013, dibattito rilevante sia per chi produce notizie sia per chi le legge online e sugli altri media.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il confronto sui grandi cambiamenti che i media devono affrontare \u00e8 molto pi\u00f9 longevo del caso dell\u2019anguria, ma la diretta di BuzzFeed \u00e8 finita lo stesso nel mezzo di molti articoli e analisi sul tema che sono usciti in queste settimane, ed \u00e8 stata usata come esempio positivo o negativo. Il giornalista Erik Malinowski ha scritto un laconico tweet: \u201cL\u2019anguria\u2026 siamo noi\u201d, suggerendo che di questo passo la mancanza di una visione chiara mander\u00e0 in pezzi giornali e giornalisti, e lettori pure.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Molti osservatori hanno opinioni simili e si chiedono come una testata possa mantenere una propria credibilit\u00e0 con iniziative di questo tipo e di fronte al successo tentatore che ottengono, che sempre secondo loro non hanno nulla di giornalistico. Ed \u00e8 questo il nodo intorno cui girano le analisi e gli approfondimenti di queste ultime settimane: come possono articoli lunghi e seri su temi importanti \u2013 dalle politiche economiche di un paese ai pericoli del terrorismo internazionale \u2013 avere qualche speranza di sopravvivere nella competizione sui social network con cose pi\u00f9 frivole e facili, come due tizi che fanno saltare in aria un\u2019anguria? Se non reggono la concorrenza, diventano rapidamente marginali e difficilmente ripagano lo sforzo della testata che li ha prodotti, che la volta dopo potrebbe decidere di ridurre i suoi investimenti di tempo e denaro nei contenuti pi\u00f9 impegnativi. Come ha spiegato gioved\u00ec un articolo sul sito International Business Times, il bandolo di questa competizione sta nel modello di business principale dell\u2019informazione online, quello della pubblicit\u00e0 e delle impressions, ovvero delle volte che le pubblicit\u00e0 vengono viste, a prescindere da tutto quello che le circonda.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando gli editori digitali vendono la pubblicit\u00e0 sulla base del numero di impressions, qualunque contenuto ha lo stesso valore. Una lunga inchiesta del New York Times non ha n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno valore di un post su un blog pieno di Vines raccolti in giro. Questo fa s\u00ec che creare contenuti di qualit\u00e0 e costosi diventi un progetto folle, soprattutto in un mondo in cui ogni minuto vengono prodotte 72 ore di video, 204 milioni di email e 277mila tweet.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La via di BuzzFeed<br \/>\nNegli ultimi cinque anni, BuzzFeed ha provato a dare una risposta alla domanda sulla sostenibilit\u00e0 del giornalismo: era nato come una specie di osservatorio per identificare e sfruttare i cosiddetti \u201ccontenuti virali\u201d \u2013 cose che affiorano dal rumore di fondo del web e diventano molto condivise in breve tempo \u2013 ma nel 2011 ha affiancato alla produzione di liste di ogni tipo e foto di gattini una sezione dedicata alle notizie serie, diretta da Ben Smith, che arrivava da Politico. Con un obiettivo a met\u00e0 tra lo sfruttamento del successo virale per produrre anche cose di qualit\u00e0 e la foglia di fico giornalistica per legittimare la frivolezza del core business. Da allora i due generi coesistono all\u2019interno della stessa testata, che si \u00e8 fatta sempre pi\u00f9 fluida e slegata dal classico concetto di sito: molti articoli non finiscono nemmeno nella homepage, sono solo condivisi sui profili di BuzzFeed sui social network e vivono quasi esclusivamente delle condivisioni dei lettori. Altri contenuti non sono proprio pubblicati sul sito, ma direttamente su Facebook, come nel caso degli articoli istantanei e dei video dei canali tematici di BuzzFeed, come quello di cucina Tasty e quello per il fai-da-te Nifty.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I social network sono al tempo stesso la forza e il punto debole di BuzzFeed: garantiscono milioni di lettori ogni giorno, ma rendono la testata totalmente dipendente da chi li gestisce, che da un giorno all\u2019altro pu\u00f2 decidere di cambiare gli algoritmi che stabiliscono cosa mostrare a ogni loro iscritto, con serie conseguenze se i propri contenuti vengono penalizzati. BuzzFeed raccoglie ogni anno milioni di investimenti e si pu\u00f2 permettere di sperimentare, ma tutto ha un costo. Il 12 aprile un articolo del Financial Times ha annunciato che BuzzFeed ha mancato gli obiettivi finanziari del 2015 e che di conseguenza ha deciso di rivedere al ribasso quelli di quest\u2019anno. I responsabili del sito, che non rende pubblici i dati finanziari, hanno parzialmente smentito la notizia dicendo di essere soddisfatti per i risultati ottenuti e che quest\u2019anno saranno raggiunti gli obiettivi di crescita gi\u00e0 stabiliti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il grande cocomero<br \/>\nL\u2019ipotesi di qualche segnale di crisi dalle parti di BuzzFeed ha fatto ben sperare i pi\u00f9 tradizionalisti nelle redazioni, quelli che sostengono che un modello basato su liste di ogni tipo, ammiccamenti ai lettori e fotografie di animali carini con in mezzo qualche notizia seria non sia un\u2019alternativa seria al giornalismo di qualit\u00e0. Ma in un lungo articolo sul New York Times, Jim Rutenberg spiega che piaccia o no, il modello tradizionale di fare giornalismo non d\u00e0 pi\u00f9 garanzie sufficienti per la sopravvivenza delle testate:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Potremmo non essere ancora l\u2019anguria. Ma quelli che dirigono le organizzazioni che producono notizie dicono praticamente all\u2019unisono che anche noi dovremmo trovare una nostra anguria, e che avremmo dovuto gi\u00e0 farlo ieri. Significa che si stanno verificando rapidamente dei cambiamenti nel modo in cui si fa giornalismo, nei contenuti e in come si prendono le decisioni sui temi di cui occuparsi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Rutenberg scrive che attualmente i giornali si stanno muovendo in modo disordinato, come una folla presa dal panico, per cercare di rispettare gli obiettivi finanziari posti ogni trimestre dai loro editori. In molti casi, per riuscirci, fanno senza dirlo esplicitamente quello che BuzzFeed fa da anni, mettendo insieme contenuti pi\u00f9 frivoli e che producono pi\u00f9 visite per mantenere i ricavi e compensare il calo di interesse verso gli articoli pi\u00f9 seri, in parte dovuto a come funzionano i social network e alla tendenza che hanno a privilegiare i primi sui secondi nelle loro timeline. La conclusione dell\u2019articolo piuttosto allarmato di Rutenberg \u00e8 che i giornalisti non dovrebbero \u201cperdere troppi valori fondamentali nella strada che ci sta portando verso il futuro\u201d: \u201cAltrimenti ci aspetter\u00e0 davvero un\u2019anguria flamb\u00e9 all\u2019insediamento di una Kardashian alla presidenza degli Stati Uniti e, s\u00ec, in quel caso saremo noi l\u2019anguria\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I gattini e il New York Times<br \/>\nJack Shafer su Politico ha criticato Rutenberg ricordando che gi\u00e0 da tempo immemore nei \u201cvalori fondamentali\u201d di molti giornali tradizionali ci sono contenuti frivoli e leggeri di ogni tipo, che in fin dei conti non hanno messo a rischio quelli pi\u00f9 seri e ragionati. Per sostenere la sua tesi, Shafer cita uno studio accademico realizzato da Matthew C. Ehrlich, dal titolo inequivocabile: \u201cPrendere sul serio le notizie sugli animali: storie di gatti nel New York Times\u201d. La ricerca dimostra come uno dei giornali pi\u00f9 rispettati e conosciuti al mondo abbia dedicato per decenni le sue attenzioni a gatti e gattini. L\u2019elenco di articoli proposto da Shafer \u00e8 sterminato e va da un pezzo degli anni Venti sui gatti ospitati nella redazione del giornale ad articoli pi\u00f9 recenti e molto letti, come \u201cChe cosa pensano i gatti\u201d, pubblicato sul giornale nel 2014.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il Times non deve chiedere scusa a nessuno per i suoi articoli sui gatti, o per mostrare l\u2019esplosione di un\u2019anguria, se un giorno volesse farlo. Come hanno fatto notare diversi osservatori negli anni, di recente Michael Wolff su USA Today, il Times attuale \u00e8 formato da due giornali. C\u2019\u00e8 il serioso Times con le ultime notizie sui terremoti, sulle battaglie per le finanziarie, sull\u2019economia, su disastri di vario tipo, con la sua sezione di recensioni di libri e quella con gli editoriali. E poi c\u2019\u00e8 un Times pi\u00f9 leggero, popolato da consigli sulla moda, confessioni di vario tipo in prima persona, articoli sul cibo, sulla casa, sul design, rompicapi, consigli per i viaggi, racconti sulle celebrit\u00e0 e altra fuffa, compresa una lista infinita delle fesserie pi\u00f9 discusse online.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Shafer conclude il suo articolo ricordando che il Times \u00e8 la dimostrazione che serio e frivolezze possono convivere nello stesso giornale, senza che le seconde mettano in discussione la credibilit\u00e0 della testata, citando cosa diceva Herbert Bayard Swope, storico direttore del New York World, alla fine degli anni Venti: \u201cCi\u00f2 che cerco di fare col mio giornale \u00e8 dare al pubblico parte di ci\u00f2 che vuole e parte di ci\u00f2 che dovrebbe comunque avere anche se non lo vuole\u201d. Forse la differenza sostanziale, che Shafer non indaga, sta nel cosa si propone come contenuto prioritario e pi\u00f9 rappresentativo del sito di news: il New York Times \u00e8 per tutti un giornale di qualit\u00e0 e informazione accurata con dei contenuti pi\u00f9 leggeri per i propri lettori, lettori di quotidiano. Buzzfeed \u00e8 un sito di buffe e divertenti scemenze o questioni pratiche quotidiane con del giornalismo di qualit\u00e0 per i propri utenti, utenti di contenuti virali e liste.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il caso di Mashable<br \/>\nL\u2019impressione di altri osservatori \u00e8 che Shafer abbia semplificato eccessivamente il discorso, trascurando che il problema delle notizie serie che funzionano meno online non riguarda soltanto i giornali tradizionali, ma anche testate giovanissime nate su Internet come Mashable. Il giorno prima della diretta con l\u2019anguria, \u00e8 stata annunciata l\u2019uscita da Mashable di Jim Roberts, gi\u00e0 giornalista del New York Times, assunto nel 2014 per occuparsi delle news di pi\u00f9 stretta attualit\u00e0 all\u2019interno della testata. Con lui hanno perso il lavoro circa 30 persone nell\u2019ambito di una riorganizzazione del personale decisa per sfruttare meglio le risorse interne, puntando sugli ambiti in cui Mashable \u00e8 pi\u00f9 forte: Internet, tecnologia, media e soprattutto contenuti virali ed evoluzioni dei social network.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In molti hanno commentato la decisione di Mashable parlando dell\u2019ennesimo caso di testata che abbandona i contenuti seri, che nel rapporto costi-benefici rendono meno, per concentrarsi su quelli pi\u00f9 facili, vedendo in questo un altro chiodo sulla bara del giornalismo per come \u00e8 stato inteso per decenni. Gregory Grittrich, il nuovo responsabile editoriale di Mashable, ha negato questa interpretazione, spiegando che continuer\u00e0 a seguire l\u2019attualit\u00e0 nel caso di grandi eventi e breaking news, sfruttando meglio le risorse interne che gi\u00e0 si dedicano ad altri temi e coinvolgendo di pi\u00f9 i social media editor, per rafforzare la presenza della testata sui social network. Anche in questo caso, quindi, il piano prevede di fare molto affidamento su Facebook, Google e compagnia per avere una presenza diffusa online e che superi quella classica del sito.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli articoli DENTRO i social network<br \/>\nLa tendenza ad affidare ai social network buona parte dei propri contenuti dipende da come funzionano le cose su Internet da qualche tempo. Nel bene e nel male Facebook \u2013 il social network pi\u00f9 grande di tutti con oltre 1,65 miliardi di iscritti \u2013 per moltissime persone \u00e8 diventato Internet: l\u00ec sopra ci sono gli amici, le loro foto, la possibilit\u00e0 di scambiarsi messaggi, di mostrare in diretta video ci\u00f2 che si sta facendo, di vedere le novit\u00e0 dei propri marchi preferiti attraverso le loro Pagine, e di leggere e vedere notizie e qualunque cosa. Come ha spiegato di recente Mark Zuckerberg, il piano \u00e8 di rendere ancora pi\u00f9 pervasivo Facebook nei prossimi anni, con l\u2019obiettivo di fare trovare agli utenti tutto ci\u00f2 di cui hanno bisogno all\u2019interno del social network, annullando le loro esigenze di cercare altrove su Internet. Il modello sta funzionando, garantisce ricavi enormi a Facebook grazie alla pubblicit\u00e0 e sta spingendo i giornali ad entrare nel recinto dove sono finiti i lettori, e l\u2019unico modo per farlo \u00e8 travasare articoli e altri contenuti al suo interno, rinunciando a fare arrivare gli utenti sul proprio sito.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Emily Bell, che ha collaborato in passato con diversi giornali curandone strategie e affari, pensa che Facebook e in misura minore gli altri social network abbiano inghiottito il giornalismo, o per lo meno buona parte dei suoi contenuti, con le testate che per mantenere la loro visibilit\u00e0 hanno rinunciato al rapporto diretto con i lettori, cedendolo alle aziende online a partire dai \u201cquattro cavalieri dell\u2019Apocalisse\u201d: Amazon, Apple, Google e Facebook. Tramite i loro servizi e applicazioni \u2013 come gli articoli istantanei su Facebook, l\u2019equivalente AMP di Google e Apple News \u2013 hanno offerto ai giornali un nuovo modo per raggiungere un pubblico pi\u00f9 ampio, soprattutto sui dispositivi mobili, ma al tempo stesso li hanno privati del legame diretto con i loro lettori e si sono anche messi in mezzo dal punto di vista dei ricavi: le testate mantengono le pubblicit\u00e0 nei loro contenuti, ma per mostrarle devono rispettare alcune regole imposte da Facebook e compagnia, che trattengono per loro una percentuale in cambio del servizio offerto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il rischio pi\u00f9 grande, dicono Bell e altri osservatori, \u00e8 la perdita del controllo sui propri contenuti: con gli algoritmi delle loro timeline o dei motori di ricerca, Facebook, Google e gli altri decidono cosa mostrare a ogni utente e una modifica al modo in cui funziona il sistema pu\u00f2 determinare il successo o l\u2019insuccesso di ogni articolo e nel complesso di un\u2019intera testata. Se un giornale basa il suo modello di ricavi esclusivamente sulla pubblicit\u00e0, dice Bell, non ci sono molte alternative a stare al gioco e fidarsi dei social network e delle app per le notizie come Apple News, anche perch\u00e9 sono la soluzione pi\u00f9 pratica per arginare il fenomeno degli ad-blocker, i software per bloccare i banner pubblicitari e rendere pi\u00f9 leggere le pagine al loro caricamento, che in molti casi non possono funzionare all\u2019interno delle applicazioni diverse dai browser mobili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per differenziare il rischio, i giornali dovrebbero valutare soluzioni alternative o complementari al modello della pubblicit\u00e0, per esempio offrendo contenuti a pagamento o abbonamenti a iniziative per coinvolgere i lettori e farli sentire pi\u00f9 partecipi: conferenze, incontri con la redazione, servizi aggiuntivi e personalizzati per gli iscritti. Il Guardian ha da poco iniziato a seguire questa strada, raccogliendo molte iscrizioni, ma \u00e8 ancora presto per dire se il suo modello sia proficuo. Un altro modello riguarda l\u2019utilizzo dei cosiddetti \u201cpaywall porosi\u201d, la limitazione del numero di articoli che possono essere letti gratuitamente al mese, oltre il quale \u00e8 necessario abbonarsi alla testata. Giornali come il Times di Londra lo fanno da tempo blindando tutti i loro articoli, molti altri si sono stabilmente convertiti appunto a vie pi\u00f9 soft, come il New York Times, il Washington Post, il Wall Street Journal (hanno un paywall che pu\u00f2 essere aggirato in vari modi), facendo leva sul coinvolgimento dei lettori pi\u00f9 assidui e sulla loro disponibilit\u00e0 a pagare qualche dollaro al mese e al tempo stesso non rinunciando ai lettori occasionali che arrivano dai social network o dalle ricerche su Google.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le app per le news<br \/>\nNegli anni passati si \u00e8 pi\u00f9 volte sperato che la riduzione dell\u2019attuale dipendenza dai social network dei giornali potesse anche passare da un nuovo tipo di siti e applicazioni come Blende, una specie di iTunes per gli articoli. Blende esiste dal 2014 ed \u00e8 stata realizzata dall\u2019olandese Alexander Kl\u00f6pping: mostra articoli pubblicati su licenza da decine di diverse testate e d\u00e0 la possibilit\u00e0 di pagare per ogni singolo articolo tramite il proprio account, senza doversi abbonare ai singoli giornali. Blende trattiene per s\u00e9 un terzo dei ricavi e lascia il resto alle testate. Chi lo utilizza spende pochi centesimi per articolo e quando l\u2019ha finito, se non \u00e8 soddisfatto, pu\u00f2 ottenere un rimborso. Il sito \u00e8 molto curato e da poco \u00e8 stato lanciato anche negli Stati Uniti, grazie alla partecipazione di testate come il New York Times e il Wall Street Journal: ma la speranza che potesse essere LA soluzione si \u00e8 un po\u2019 affievolita, anche di fronte alla consapevolezza che una soluzione buona per tutti \u2013 come fu il semplice sistema di vendita\/abbonamenti\/pubblicit\u00e0 per i giornali di carta \u2013 probabilmente non esister\u00e0 mai pi\u00f9.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tim Adams del Guardian ha intervistato il creatore di Blende:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La \u201cpazza idea\u201d di Kl\u00f6pping si basa su un paio di sue intuizioni. La prima \u00e8 che \u201cle piattaforme offerte dalle grande aziende tecnologiche alla fine misurano solamente il numero di occhi, e non penso che questo sia un gran parametro per valutare il giornalismo. L\u2019altra \u00e8 l\u2019esempio dell\u2019industria dei film e della musica. Pi\u00f9 della met\u00e0 degli iscritti a Blende hanno caratteristiche simili a quelle di Kl\u00f6pping: sotto i 30, molto istruiti, la prima generazione a essere cresciuta con contenuti gratuiti. \u201cNon ho mai pagato per la musica in vita mia prima che arrivassero iTunes e Spotify\u201d dice Kl\u00f6pping. \u201cDi solito scaricavo tutto da Napster come facevano tutti gli altri. Lo stesso valeva per i film, ma all\u2019improvviso tutti i miei amici si sono messi a pagare per Netflix e pagano per Spotify\u201d. Lo fanno non tanto per motivi di coscienza, ma per il fatto che questi siti hanno creato un\u2019esperienza d\u2019uso gradevole. \u201cAvere tutto su una piattaforma, pi\u00f9 un sistema semplice di ricerca, pi\u00f9 avere i propri amici tutti l\u00ec e vedere quello che ascoltano, senza dimenticare il fatto di avere un piccolo spazio in cui preparare le proprie playlist. Tutte queste cose insieme a quanto pare sono sufficienti per convincere le persone a spendere 10 dollari al mese\u201d. Cosa ha funzionato per la musica, pensa Kl\u00f6pping, pu\u00f2 funzionare anche per il giornalismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La fine delle homepage<br \/>\nSoluzioni come Blende potrebbero in effetti fare recuperare un minimo di controllo sui loro contenuti ai giornali, ma confermano comunque la tendenza che vede il singolo articolo come elemento autonomo e accessibile da pi\u00f9 parti, senza la necessit\u00e0 di andarlo a trovare sul sito, che quindi beneficerebbe poco dei risultati dei singoli articoli. In molti si chiedono quindi se abbia ancora senso la costruzione dei siti dei giornali a strati, con pagine tematiche tenute tra loro insieme dalle homepage, dove sono mostrate le ultime cose pubblicate ordinate secondo un criterio deciso dalla redazione. Tra motori di ricerca, social network e applicazioni, il numero di accessi alle homepage si \u00e8 ridotto drasticamente e riguarda una quantit\u00e0 minoritaria di lettori (il Post per esempio riceve oggi dalla homepage circa il 25% del suo traffico).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non \u00e8 un caso se molti giornali negli ultimi anni si sono concentrati sul design delle pagine degli articoli, trascurando la grafica delle loro homepage. Anche in questo BuzzFeed \u00e8 esemplare: ha una homepage graficamente molto scarna e che ricorda le timeline dei social network, in cui segnala solo una frazione dei contenuti che produce e che fa conoscere tramite Facebook e compagnia. L\u2019Atlantic, che negli ultimi anni ha cercato di svecchiare il suo sito senza ottenere grandi risultati, ha pubblicato la settimana scorsa un appello, invitando i lettori a inviare suggerimenti e opinioni per rifare la sua homepage:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Vogliamo farci un\u2019idea su come utenti diversi tra loro utilizzino la nostra homepage, per capire che cosa gli piace, che cosa gli piace meno, e che cosa vorrebbero aggiungere. Quindi inviteremo alcuni membri di questo gruppo nei nostri uffici per vedere come usano il sito, e fargli qualche domanda.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lauren Sherman scrive che i social network e le applicazioni come Snapchat hanno \u201cucciso la homepage\u201d, e fa l\u2019esempio del sito Obsessee.com, che esiste solo sotto forma di una pagina in cui sono elencati i profili social su cui si possono seguire le sue attivit\u00e0. I contenuti sono pubblicati su Instagram, Facebook, Twitter, Snapchat e altri, senza che siano proposti anche sul sito, che \u00e8 quindi una pagina di servizio e niente di pi\u00f9. Le piattaforme pi\u00f9 usate danno il vantaggio di raggiungere molti pi\u00f9 utenti, ormai abituati a passare le maggior parte del tempo al loro interno senza avventurarsi sul resto del Web. Gli inserzionisti, del resto, spendono sempre di pi\u00f9 per farsi pubblicit\u00e0 all\u2019interno dei social network e meno sui singoli siti, proprio perch\u00e9 hanno costi minori e maggiori garanzie sulla possibilit\u00e0 di raggiungere pi\u00f9 persone, che vedranno quindi i loro annunci. Un altro fronte in cui Facebook e Google stanno infatti portando sconvolgimenti e frustrazioni \u00e8 quello delle concessionarie pubblicitarie e della filiera relativa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Concorrenza e notizie false<br \/>\nLa presenza sui social network non garantisce comunque automaticamente ai giornali la possibilit\u00e0 di avere pi\u00f9 lettori, molto dipende dai contenuti che propongono e dalla loro capacit\u00e0 di attirare l\u2019attenzione in un ambiente estremamente competitivo. La stessa notizia, lo stesso video insolito o la stessa foto che sta generando un meme sono raccontati da centinaia di testate diverse, e chi ci arriva prima o con un titolo pi\u00f9 accattivante pu\u00f2 raccogliere molte pi\u00f9 visite dei concorrenti. Il problema \u00e8 che la continua ricerca di pi\u00f9 traffico, indispensabile per tenere in ordine i conti producendo ricavi sufficienti dalla pubblicit\u00e0, incide sulla qualit\u00e0 e sull\u2019affidabilit\u00e0 dei contenuti: da una parte rende difficile la retromarcia per i giornali tradizionali che decidono di creare dei paywall e di chiedere ai lettori di pagare per contenuti che sono diventati di bassa qualit\u00e0 e uguali a quelli di mille altri siti (Corriere.it ha associato il lancio del suo nuovo paywall a una maggiore visibilit\u00e0 dei suoi editoriali e commenti firmati e originali, ma \u00e8 poi rapidamente tornato a privilegiare video bizzarri e notizie a effetto), dall\u2019altra contribuisce alla diffusione ormai quotidiana di notizie false di ogni tipo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Kevin Rawlinson scrive sul Guardian di avere sentito diverse storie da suoi colleghi, in altre redazioni, sulle pressioni ricevute per pubblicare una storia con grandi potenzialit\u00e0 sui social il prima possibile, senza il necessario controllo delle fonti e della sua attendibilit\u00e0:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una persona che lavora in un giornale britannico dice che il sistema dell\u2019informazione ora \u00e8 \u201ccome il selvaggio West\u201d. La fonte, che ha chiesto di non essere identificata per paura di ritorsioni da parte del suo datore di lavoro, dice: \u201cHai un caporedattore che ti respira sul collo e hai degli obiettivi da raggiungere. [\u2026] Molte delle cose raccontate online succedono online. Non c\u2019\u00e8 la necessit\u00e0 di uscire o andare alla porta di qualcuno. Te ne stai alla scrivania e lo fai, perch\u00e9 \u00e8 tutto pi\u00f9 immediato, e ti assumi un rischio nel farlo. Un caporedattore ti dir\u00e0: \u2018BBC ha dato la notizia sei secondi prima di noi\u2019\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Visto dall\u2019Italia, il racconto di Rawlinson sembra quasi ingenuo. E se in molti casi le notizie che si rivelano false sono relativamente innocue e non hanno grandi conseguenze, ferma restando la responsabilit\u00e0 di chi le ha diffuse, in altre circostanze possono avere serie conseguenze, come accadde nel dicembre del 2012 quando i media statunitensi dissero che l\u2019autore della strage nella scuola elementare di Newtown (Connecticut) fosse Ryan Lanza, per poi scoprire solo due ore dopo che a sparare era stato il fratello Adam. Il nome e i dettagli della vita di Ryan trovati sui social network fecero il giro del mondo, con articoli pubblicati in pochi minuti e molto condivisi sui social. Qualcosa di analogo avvenne nel 2013 dopo le bombe alla maratona di Boston, quando per ore si parl\u00f2 di una \u201cpista saudita\u201d legata agli attentati, che in realt\u00e0 non esisteva, e si accusarono due persone mostrate in un\u2019immagine che si rivelarono del tutto innocenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E mentre cominciano a logorarsi e dimostrarsi non risolutivi i \u201cnuovi modelli di business\u201d come i paywall e i servizi a pagamento, alcuni siti di news in tutto il mondo provano a tornare sull\u2019unico ricavo garantito \u2013 quello della pubblicit\u00e0 \u2013 e sulle sue fragilit\u00e0, cercando di far passare con gli inserzionisti un criterio che non sia pi\u00f9 quello delle impressions (del tutto ingannevole, e dispersivo per lo stesso inserzionista: quante volte da lettori sappiamo dire quali pubblicit\u00e0 c\u2019erano sulle pagine che abbiamo visitato?) ma piuttosto del tempo speso sulle pagine, indicativo di maggiore attenzione e coinvolgimento del lettore.<br \/>\nCerto che sull\u2019anguria, i lettori, ci sono stati un sacco di tempo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Emanuele Menietti Venerd\u00ec 8 aprile due redattori del sito BuzzFeed si sono seduti a un tavolino e hanno iniziato a disporre decine di elastici intorno a un\u2019anguria \u2013 un esperimento di antica popolarit\u00e0 online \u2013 mentre altri loro colleghi riprendevano la scena, trasmettendola in streaming su Facebook. 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